Un dolore nella parte interna del tallone può dipendere da un sovraccarico della fascia plantare, da un tendine, da un nervo o, più raramente, da un problema osseo. La sede precisa, il momento in cui compare e il tipo di sensazione aiutano a capire quale strada seguire e quando è prudente farsi visitare. Qui raccolgo i segnali più utili, i rimedi iniziali e gli errori da evitare.
Capire la sede del dolore orienta già le prime scelte
- Primi passi dolorosi al mattino: orientano spesso verso una sofferenza della fascia plantare.
- Bruciore o formicolio: possono indicare un’irritazione del nervo tibiale nel tunnel tarsale.
- Dolore dietro il malleolo interno: fa pensare anche al tendine tibiale posteriore.
- Riposo relativo e calzature adeguate: sono utili nei disturbi da sovraccarico, ma non sostituiscono una diagnosi.
- Trauma, gonfiore importante o impossibilità a caricare: richiedono una valutazione medica rapida.
Dove si concentra il dolore e perché la sede conta
Quando il fastidio è sotto il calcagno, leggermente verso l’arco del piede, la causa più frequente è una fasciopatia plantare. La fascia plantare è una banda resistente di tessuto che sostiene la volta del piede e assorbe parte dei carichi durante il passo.
Se invece il dolore parte dalla parte interna della caviglia e scende verso il tallone o la pianta, entrano in gioco strutture diverse. In quella zona passano il tendine tibiale posteriore, alcuni tendini flessori e il nervo tibiale, che attraversa il cosiddetto tunnel tarsale.
Il mio criterio pratico è osservare tre elementi insieme, non uno solo: punto esatto, tipo di dolore e attività che lo fa comparire. Un fastidio al primo appoggio del mattino racconta una storia diversa da un bruciore che arriva fino alle dita.

Le cause più comuni del dolore nella parte interna
Fasciopatia plantare
È probabile quando il dolore è localizzato sotto il tallone, sul lato interno, e risulta più intenso nei primi passi dopo il riposo. Può migliorare dopo qualche minuto di movimento e riapparire dopo una camminata lunga, una corsa o molte ore in piedi.
Il problema non nasce necessariamente da un’infiammazione pura. Spesso si tratta di una combinazione di microtraumi e ridotta capacità dei tessuti di sopportare il carico. A favorirla possono contribuire aumento improvviso dell’attività, scarpe poco adatte, rigidità del polpaccio e variazioni del peso corporeo.
Sofferenza del tendine tibiale posteriore
Questo tendine passa dietro il malleolo mediale, cioè la prominenza ossea interna della caviglia, e aiuta a sostenere l’arco plantare. Il dolore tende a comparire durante il cammino o quando ci si mette sulle punte di un solo piede; talvolta sono presenti gonfiore e stanchezza dell’arco.
Se il piede appare progressivamente più piatto o diventa difficile sollevarsi sulla punta, non aspetterei settimane sperando che tutto si risolva da solo. Una sofferenza tendinea trascurata può modificare la distribuzione dei carichi e coinvolgere anche la caviglia.
Irritazione del nervo tibiale
La sindrome del tunnel tarsale è una compressione o irritazione del nervo tibiale nel suo passaggio interno alla caviglia. Il dolore è spesso bruciante, elettrico o associato a formicolio, con possibile estensione alla pianta e alle dita.
Il sintomo può peggiorare stando a lungo in piedi o camminando. Un semplice plantare non è una soluzione universale: può aiutare se corregge un sovraccarico, ma il trattamento deve partire dalla causa della compressione.
Contusione o frattura da stress
Dopo un salto, una caduta o un aumento netto dei chilometri percorsi, il dolore può dipendere da una contusione del calcagno o da una frattura da stress. In questi casi il fastidio tende a essere profondo, ben localizzato e progressivamente più evidente con il carico.
Non sempre una radiografia eseguita nei primi giorni chiarisce il problema. Se il dolore aumenta nonostante la riduzione dell’attività, è importante sottoporsi a una valutazione clinica e, quando indicato, a esami più approfonditi.
| Come si presenta | Cause da considerare | Indicazione pratica |
|---|---|---|
| Dolore ai primi passi del mattino | Fasciopatia plantare | Ridurre il sovraccarico e valutare stretching e calzature |
| Dolore dietro la caviglia interna | Tendine tibiale posteriore | Controllare arco plantare e capacità di stare sulle punte |
| Bruciore, scosse o formicolio | Compressione nervosa | Non insistere con massaggi aggressivi e farsi valutare |
| Dolore profondo dopo aumento dell’attività | Contusione o frattura da stress | Sospendere corsa e salti fino a chiarimento |
Cosa fare nei primi giorni senza peggiorare la situazione
Nei disturbi comparsi da poco, inizierei con un riposo relativo di 48-72 ore. Significa sospendere corsa, salti e lunghe camminate, mantenendo però un movimento leggero se non aumenta il dolore durante la giornata o il giorno successivo.
Le scarpe contano più di quanto si pensi. Preferirei una calzatura stabile, con spazio sufficiente per le dita e un’ammortizzazione ragionevole, evitando per qualche giorno camminare scalzi su pavimenti duri o usare ciabatte completamente prive di sostegno.
In presenza di dolore recente dopo attività intensa, si può provare del freddo avvolto in un panno per 10-15 minuti, una o due volte al giorno. Non va applicato direttamente sulla pelle e non è adatto a chi ha ridotta sensibilità o problemi di circolazione senza aver prima chiesto consiglio.
Stretching e movimento controllato
Un esercizio semplice consiste nello stirare il polpaccio appoggiandosi a una parete, mantenendo il tallone a terra per circa 20-30 secondi e ripetendo 2-3 volte per lato. Il movimento deve dare tensione, non una fitta; se il dolore resta più intenso per oltre 24 ore, il carico è stato eccessivo.
Può essere utile anche mobilizzare delicatamente la caviglia e massaggiare la pianta con una pallina morbida. Eviterei invece di “scavare” con oggetti duri sul punto dolente, perché un nervo irritato o un tessuto già sovraccarico può reagire peggio.
Leggi anche: Fascite plantare, gli esercizi per ridurre il dolore al tallone
Farmaci e plantari
Gli antinfiammatori non sono automaticamente la risposta migliore e possono avere controindicazioni, soprattutto in presenza di problemi gastrici, renali, cardiovascolari, terapia anticoagulante o gravidanza. Prima di assumerli è più sicuro chiedere al medico o al farmacista.
Anche il plantare va scelto con criterio. Un supporto acquistato casualmente può dare sollievo temporaneo, ma non corregge ogni causa e talvolta altera ulteriormente l’appoggio. Io lo considererei dopo una valutazione del piede, della scarpa e del modo di camminare.
Come viene individuata la causa
La diagnosi parte dall’ascolto dei sintomi e dall’esame del piede. Il professionista controlla il punto di massima dolorabilità, la mobilità della caviglia, l’arco plantare, la forza del polpaccio e il modo in cui il piede sostiene il peso.
Alcune prove sono particolarmente orientative. La palpazione dell’inserzione interna della fascia può riprodurre il dolore tipico; la salita sulla punta di un piede valuta il tibiale posteriore; la percussione lungo il decorso del nervo può evocare formicolio in caso di irritazione.
Gli esami strumentali non servono sempre. L’ecografia può aiutare a studiare tendini e fascia, la radiografia è utile soprattutto dopo un trauma o per valutare l’osso, mentre la risonanza magnetica viene riservata ai casi persistenti, dubbi o sospetti per lesioni più profonde.
La presenza di una spina calcaneare in radiografia non dimostra da sola che sia la causa del dolore. È un reperto abbastanza comune e va interpretato insieme ai sintomi e alla visita, non trattato automaticamente.
Quando è meglio farsi visitare rapidamente
Una valutazione medicaè indicata se il dolore dura più di 2-3 settimane, peggiora nonostante la riduzione del carico o limita il cammino. Conviene anticiparla se il problema ritorna spesso o se sono già presenti piede piatto, diabete, neuropatie, artrite o osteoporosi.
Serve maggiore urgenza in caso di trauma importante, impossibilità a poggiare il piede, deformità, gonfiore improvviso, arrossamento marcato, febbre o dolore notturno persistente. Anche la perdita di sensibilità, la debolezza delle dita o un formicolio progressivo meritano un controllo senza aspettare che passino spontaneamente.
Non cercherei di risolvere con esercizi standard un dolore accompagnato da sintomi neurologici o da un evidente cedimento dell’arco plantare. In questi casi il problema non è soltanto “un tallone infiammato” e serve capire quale struttura è realmente coinvolta.
Un tallone meno doloroso richiede un carico meglio dosato
Il dolore sul lato interno del tallone è spesso recuperabile, ma raramente migliora grazie a un unico rimedio miracoloso. La strategia più concreta è ridurre temporaneamente il carico, usare calzature adatte, recuperare mobilità e forza in modo graduale e correggere l’eventuale causa meccanica.
La regola che seguo è semplice: un’attività è accettabile se non aumenta nettamente il dolore durante l’esecuzione e non lascia un peggioramento il giorno dopo. Quando questa soglia non viene rispettata, insistere significa soltanto allungare i tempi di recupero.
